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Retail media in-store: quando lo scaffale diventa un canale pubblicitario

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Prodotti disposti a griglia su fondo colorato con uno schermo digitale acceso al posto di una confezione

In Italia il retail media ha raggiunto 640 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 27% sull’anno precedente1. In un mercato pubblicitario che cresce a una cifra, sono numeri che fanno alzare più di un sopracciglio. Dietro c’è però una notizia meno ovvia: la parte di questo mercato più vicina al momento in cui si compra davvero, cioè quella dentro il punto vendita, è anche la meno strutturata.

La nostra tesi è questa: il punto vendita è sempre stato un media. La novità è che adesso è un media che si può comprare, pianificare e – con qualche fatica – misurare come tale.

Cos’è il retail media, senza girarci intorno

Retail media significa spazi pubblicitari venduti da chi vende i prodotti. Il retailer smette di essere solo un canale distributivo e diventa anche un editore: ha il traffico, ha lo spazio e soprattutto ha il dato di prima parte, cioè sa chi compra cosa e quando. Le famiglie sono tre. L’on-site è la pubblicità sul sito o sull’app dell’insegna. L’off-site è il retailer che usa i propri dati per raggiungere gli stessi clienti altrove, fuori dai suoi canali. L’in-store è il negozio fisico: schermi, radio, cartellonistica digitale, tutto ciò che parla al cliente mentre cammina fra le corsie.

I primi due hanno fatto i numeri, perché sono digitali e quindi facili da vendere e da rendicontare. Il terzo è quello dove sta il traffico vero.

In-store: il pubblico c’è già, l’investimento no

A livello globale il retail media è stimato intorno ai 204 miliardi di dollari con una crescita annua del 14%, oltre il doppio di quella prevista per il mercato pubblicitario nel suo complesso2. La stessa analisi indica l’in-store come la prossima frontiera di crescita, per una ragione tanto semplice da sembrare banale: la stragrande maggioranza delle vendite al dettaglio continua ad avvenire offline. Il pubblico è già nel punto vendita. È l’investimento che deve ancora arrivarci.

Per chi lavora a scaffale non è una rivoluzione concettuale: è il riconoscimento tardivo di qualcosa che già succedeva. Un espositore ben posizionato ha sempre fatto pubblicità. La differenza è che adesso qualcuno gli mette accanto un prezzo di listino e una metrica.

Il freno si chiama misurazione

La ricerca degli Osservatori del Politecnico di Milano è esplicita nell’indicare tre ostacoli alla maturazione del mercato: un’offerta frammentata fra troppi operatori, un divario di competenze nei retailer che si trovano a fare un mestiere – l’editore – che non è il loro, e l’assenza di metriche standard. Senza standard condivisi, avverte la ricerca, il mercato rischia di fermarsi: trasparenza e misurazione comune non sono un dettaglio tecnico, sono la condizione perché qualcuno continui a investire.

Qualcosa si muove. A dicembre 2024 IAB e IAB Europe hanno pubblicato i primi standard per il retail media in-store3: cinque zone del negozio da distinguere (esterno, ingresso, casse, corsie e altri spazi), un vocabolario per le impression (ad play, gross impression, opportunity to see, likelihood to see) e finestre di lettura delle vendite consigliate, con trenta giorni prima dell’esposizione, il periodo di campagna e trenta giorni dopo. Non è la soluzione. È la precondizione: prima di discutere se una cosa funziona, bisogna chiamarla tutti allo stesso modo.

Il rischio: trasformare il negozio in un cartellone

C’è però un modo semplice di sprecare questa occasione, ed è quello di riempire il punto vendita di schermi. Se ogni testata di gondola diventa un display che urla, il negozio diventa rumore e il cliente smette di guardare, esattamente come ha smesso di guardare i banner. La saturazione è una malattia che il digitale conosce bene e che il retail media rischia di importare in corsia.

L’in-store funziona quando il messaggio è pertinente al punto del percorso in cui arriva. All’ingresso serve orientare, in corsia serve aiutare a scegliere fra due prodotti simili, in cassa serve chiudere o suggerire un’aggiunta. È la stessa logica di sempre: il contenuto giusto nel momento giusto. Cambia il supporto, non il mestiere.

Le quattro domande da fare al retailer

Se oggi vi propongono un pacchetto di retail media in-store, quattro domande separano un investimento da un acquisto di spazio:

  1. Su quale zona del negozio sto comprando visibilità, e con quale obiettivo.
  2. Quale metrica mi viene consegnata a fine campagna: un’impression definita secondo uno standard riconoscibile, oppure l’affluenza generica del punto vendita spacciata per audience.
  3. Come si lega questa metrica al sell-out reale del prodotto, con quale finestra e con quale termine di paragone.
  4. E infine come dialoga con ciò che lo stesso cliente vede fuori dal negozio, perché una promessa fatta in corsia e smentita online vale meno di zero.

Se il retailer non risponde a queste quattro domande, non state comprando un media: state affittando un supporto.

In conclusione

Lo scaffale è sempre stato il momento della verità, quello in cui tutto il lavoro di marca si gioca in pochi secondi davanti a un prodotto. Il retail media non cambia questo fatto: gli dà un listino e, finalmente, l’inizio di un linguaggio comune per misurarlo. Il rischio è trattarlo come l’ennesimo canale da riempire; l’opportunità è usarlo per rendere finalmente misurabile ciò che succede nell’unico posto dove il cliente decide davvero. Vale la pena, prima della prossima pianificazione, guardare il proprio punto vendita e chiedersi non quanti schermi ci stanno, ma quale conversazione ha senso avere con chi ci sta passando davanti.


  1. Retail media Italia a 640 milioni nel 2025, +27% sul 2024, e i tre ostacoli alla maturazione del mercato (offerta frammentata, gap di competenze, assenza di metriche standard): Osservatori Digital Innovation, Politecnico di Milano – Retail Media Working Group. https://www.osservatori.net/comunicato/retail-media/retail-media-italia-mercato/ ↩︎
  2. Mercato globale a circa 204 miliardi di dollari, crescita annua del 14%, in-store come prossima frontiera: Coresight Research, gennaio 2026, ripresa da Engage. https://www.engage.it/rubrica/retail-media-2026-numeri-tendenze.aspx ↩︎
  3. Standard di misurazione per il retail media in-store (zone del negozio, metriche di impression, finestre di lettura delle vendite): IAB e IAB Europe, standard finali pubblicati il 3 dicembre 2024. https://iabeurope.eu/iab-europe-and-the-iab-release-final-in-store-retail-media-standards/ ↩︎
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